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mercoledì 19 agosto 2009

4.1 L’orto



Quando si parla di alimentazione medievale non si può fare a meno di considerare l’incidenza dell’orto e dei suoi prodotti, realtà economica importante e di larghissima presenza, capillarmente diffusa ovunque.
Posto nei pressi della casa di abitazione del colono e della stalla, sempre recintato o comunque chiuso, l’orto rappresentava l’unico tra i terreni coltivati che beneficiava della presenza continua dell’uomo in termini di quantità e qualità di lavoro. Questo ne rendeva massima la fertilità e la produttività, a livelli che non trovano riscontro in aperta campagna dove i terreni non sono sottoposti parimenti ad una lavorazione intensiva, un’abbondante concimazione e una sapiente combinazione delle colture, ma ad una attività colturale discontinua nel tempo e nello spazio nonché ad una concimazione approssimativa.
La produzione continua era carattere peculiare dell’orto che non si trovava mai privo di frutti. Questo divario tra orticoltura e agricoltura si mitigherà solo verso il secolo XVIII, per merito della rivoluzione agraria che perfezionerà le tecniche colturali grazie a più efficienti sistemi di concimazione, ad una produttiva rotazione delle colture e ad attrezzature e macchinari di maggiore resa.
Ma quali erano le specie vegetali più diffuse negli orti del basso Medioevo? La lettura delle novelle ci mostra la presenza di cavoli (XCI, CLXXV), cipolle (XVI), agli (LXXII, XCI), broccoli (LXXII), pastinache (LXXII), alloro (CXLVI) e cannella (XCI), ma senz’altro la varietà di erbe e ortaggi doveva essere molteplice: se consideriamo che alcuni secoli prima il Capitulare de villis elencava 72 piante di cui un terzo commestibili e il rimanente con proprietà medicinali, è semplice dedurre che negli orti vi erano seminati anche finocchi, spinaci, ravanelli, scalogni, carote, le diverse specie di cucurbitacee (zucche, meloni, cetrioli) e molte altre, alcune adoperate in cucina solo per aromatizzare i cibi.
Tornando alla testimonianza del Sacchetti, c’è da sottolineare che il cavolo è l’ortaggio che, più di tutti, riveste un ruolo da protagonista; nella novella CXLV lo troviamo sulla tavola di Lando da Gobbo, un cavaliere di popolo in attesa di essere nominato podestà:

“A Firenze venne, non è gran tempo, uno podestà, il quale, prima che entrasse nell'oficio, si fece cavaliere di populo; il quale ebbe nome messer Lando o messer Landuccio da Gobbio; e fu sí magnanimo che la corazza e la barbuta, con che fu fatto cavaliere, fu data, com'è d'usanza, a messer Dolcibene, ché cosí è d'usanza donarla a un uomo di corte; il quale, vendendo le dette armadure, n'ebbe in tutto soldi quarantadue, sí che messer Dolcibene poté fare assai larghe spese. È vero che fu ristorato da ivi a poco tempo, mangiando col podestà un dí di quaresima, col cavolo e con la tonnina. Al quale messer Dolcibene, essendo sussequenti a lui a tavola li due collaterali, veggendo loro porre innanzi tanta tonnina che non arebbe scoccata la trappola, si volge a loro e dice:- Messer li collaterali, mettetevi gli occhiali che vi parrà due cotanti.”

In questo caso l’ortaggio viene consumato in abbinamento ad una porzione, decisamente abbondante, di tonno; tuttavia il pasto viene reputato da messer Dolcibene inadeguato per il ruolo che si accingeva a ricoprire Lando da Gobbo. La vicenda ci dimostra che anche i personaggi [...]


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