mercoledì 3 febbraio 2010

Sagra del polentone vicino Rieti il 21 febbraio

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Segnalo a tutti i miei lettori la Sagra del polentone di Castel di Tora.

Tra maschere e combattimenti il medioevo ha inizio in Sabina. Ai piedi del Monte Navegna, a pochi passi tra Roma e Rieti domenica 21 febbraio il piccolo paese di Castel di Tora fa un tuffo nel passato enogastronomico della Sabina.

All'entrata del centro storico sarà posto un paiolo di rame gigante che verrà riscaldato da un enorme falò dove un'esperta polentara castelvecchiese girerà a mestiere il ramaiolo fin dalle prime ore del mattino. Già dal 1920 questo piatto, povero per definizione, è considerato un simbolo del paese reatino che si affaccia sul Lago del Turano e così, da quasi un secolo, non passa anno in cui non si rinnovi la sagra ad esso dedicata. Il polentone viene condito tradizionalmente con un sugo di aringa, tonno, baccalà ed alici.
Per dare un pizzico di innovazione alla manifestazione ci sarà l'angolo dedicato ai "Sapori della Nostra Provincia" con la degustazione della Bruschetta all'olio extra vergine d'oliva della Sabina, a cura della Pro loco di Casaprota e nel pomeriggio la degustazione dei famosi "spaghetti all'amatriciana" cucinati dalla Proloco di Amatrice.
Nel borgo, edifici in pietra con coperture in legno e coppi di laterizio ricordano abitazioni tipiche dell'architettura rurale dove portali antichi, viuzze con archi, scalinate, passaggi, grotte e cantine scavate nella roccia ci immergono in un contesto medievale. Castel di Tora non offre solo paesaggi urbani, la sua posizione infatti consente ai turisti di godere sia del lago artificiale dove durante l'estate è possibile fare il bagno, ma anche della corona di fitti boschi dove è possibile passeggiare. Il borgo di Castel di Tora classificato come "Uno dei borghi piu' belli d'Italia", offre al turista angoli caratteristici meritevoli di essere visitati.
Il 21 febbraio sarà dedicato non solo al buon pasteggiare, ma anche alla rievocazione storica delle tradizioni e dei costumi di un tempo. Nel pomeriggio i visitatori potranno ammirare la sfilata in costume medievale per le vie del Borgo e i combattimenti simulati da attori in maschera.
Castel di Tora è uno dei sedici paesi a far parte dell'Associazione Culturale dei "Polentari d'Italia", uniti dalla stessa voglia di riscoprire le tradizioni e confrontarsi attraverso la "Polenta", piatto che unisce idealmente l'Italia da Nord a Sud. La fama del "Polentone di Castel di Tora" ha varcato ormai i confini regionali, spesso, infatti accade che la Pro Loco venga invitata in altri paesi per offrire la degustazione del prelibato alimento.

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Luogo: centro storico di Castel di Tora (Rieti).
Data: 20 - 21 febbraio 2010 dalle ore 11,00.
Costi di partecipazione: ingresso gratuito.
Percorso: Per arrivare a Castel di Tora da Roma A 24 uscita Carsoli direzione Lago del Turano;Dalla Salaria per Rieti, loc. "Ornaro" direzione Lago del Turano - Castel di Tora; Da Rieti Fonte Cottorella - SP Valle Turano direzione Lago del Turano.

(tratto da viniesapori.net)
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mercoledì 19 agosto 2009

Introduzione

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Il Trecentonovelle non è solo una raccolta di novelle che si presentano nella loro disinvolta evidenza di fatti e storie inclini a saldarsi nell’incisività dell’aneddoto o nel colore di una figurazione icastica: è molto di più. È anche un efficace veicolo per ricostruire le consuetudini di vita della popolazione del basso Medioevo, soprattutto quelle riguardanti l’alimentazione e l’incidenza concreta, quotidiana, che una struttura economico-sociale ebbe sulla vita degli uomini.
La storia dell’alimentazione, almeno fino a qualche decennio fa, per l’Italia, fino agli studi di Massimo Montanari, è stata studiata in discipline “chirurgicamente” separate, spesso non comunicanti tra di loro; il risultato di ricerche settoriali è stato quello di rendere conto in modo approfondito di singoli aspetti, senza affrontare unitariamente le problematiche. Il lavoro condotto per la stesura di questo saggio è fornito proprio dalla ricerca di una fonte che potesse, unicamente e limitatamente ad un contesto spazio-temporale definito, dare un quadro complessivo di come fosse vissuto il rapporto tra uomo e cibo. In questa prospettiva, la raccolta del Sacchetti è esemplare: attraverso uno spaccato della società bassomedievale, l’autore ci fornisce una serie di elementi che è impossibile scindere; non si può preferire un aspetto ad un altro per il solo piacere di analizzarlo: gli aspetti fisiologici, economici, sociali, religiosi e psicologici sono correlati fra loro e tutti forieri di un’interpretazione che va oltre la “storiella burlesca” e che cela profondi significati culturali e simbolici. Molto utile si è rivelato, per un approccio storico alle novelle, il testo di G. Cherubini, Vita trecentesca nelle novelle di Giovanni Sercambi, in “Signori, contadini, borghesi. Ricerche sulla società italiana del basso Medioevo”, La Nuova Italia Editrice, Firenze 1974.
I personaggi descritti dal Sacchetti, intenti quasi sempre a svolgere le loro attività produttive, con i loro gesti e le loro abitudini, costituiscono un paradigma degno di nota per approfondire la storia dell’alimentazione. Rappresentano situazioni e comportamenti ideali per muoverci all’interno di approcci storiografici più recenti, che non si esauriscono nella ricostruzione delle imprese dei grandi uomini, ma si interessano anche alle strutture del quotidiano, alle quali appartengono gli usi alimentari dei popoli.
All’interno di queste strutture, le minime situazioni della vita di tutti i giorni hanno qualcosa di necessario, un senso ordinato. Se possono apparire immobili in relazione ad altri eventi storici, avvenimenti o cicli congiunturali, esse sono in realtà tutt’altro che statiche, anche se si sviluppano in un tempo molto più lento, il tempo lungo delle strutture, come ha evidenziato Fernand Braudel. In realtà i gesti di ogni giorno mutano con tutto quanto è collegato ad essi. Le strutture del quotidiano sono avvinghiate alla storia. Se pensiamo prima ai Greci, e poi agli antichi Romani, essi hanno desinato coricati sui letti; ma dall’alto Medioevo gli occidentali hanno abbandonato quella posizione, per mangiare seduti. Questo cambiamento di atteggiamento non è isolabile da altre trasformazioni avvenute parallelamente: in seguito, liberando la mano sinistra, la posizione seduta ha consentito di tagliare grosse porzioni di carne con i coltelli, che compaiono appunto allora sulla tavola. E senz’altro non è un coincidenza se questi “mangiatori di carne” sono stati anche coloro che hanno introdotto l’uso della forchetta. La quotidianità delle novelle ci ha così permesso di far luce su alcuni aspetti peculiari del consumo alimentare: il rapporto tra l’uomo e l’ambiente circostante, l’utilità delle figure di mestiere nella trasformazione e nella vendita del cibo, le tecniche di cottura degli alimenti e l’utilizzo di utensili rivelatori di ricette e della consistenza delle stesse.
Queste sono le chiavi con cui si è affrontato il tema dell’alimentazione nel basso Medioevo soprattutto nell’area toscana, nella quale sono ambientate la maggior parte delle novelle del Sacchetti.
Il Trecentonovelle ci ha restituito l’immagine di una società dove l’attività economica predominante era ancora l’agricoltura e dove la maggior parte degli abitanti erano contadini o artigiani. In effetti, questi secoli di espansione mercantile, manifatturiera e di relativa urbanizzazione hanno visto le strutture portanti della società rimanere le stesse: generalmente i prodotti oggetto di scambio, sia elaborati che allo stato grezzo, provenivano dalla coltivazione o dall’allevamento. Foreste e agricoltura offrivano quasi tutte le materie prime da plasmare, perché nel complesso era ancora minima l’importanza dei metalli nella vita economica.
La prima parte dell’elaborato sarà incentrata sugli animali e sul relativo allevamento, dato che costituivano una delle risorse alimentari (e non solo) più importanti sia per le famiglie contadine sia per i ceti più abbienti. Prenderò in considerazione il ruolo che ha rivestito il maiale, l’alimento per eccellenza dell’epoca medievale, mettendo a fuoco la mutazione delle tecniche di allevamento che traspare nella transizione tra l’alto e il basso Medioevo, le difficoltà relative alla macellazione dell’animale dovute alla scarsa dimestichezza di figure non adibite alla professione e gli strumenti utilizzati per lo scopo. Ma emergeranno anche parametri indicativi sul peso delle bestie, sulle loro fattezze fisiche, sulla condotta dei loro padroni. Presteranno il fianco, inoltre, ad ulteriori considerazioni anche la polivalenza delle sue parti e gli aneddoti relativi alla sistemazione e alla conservazione del suino.
Successivamente mi occuperò del ruolo degli ovini nell’economia domestica sottolineando l’importanza della pecora che, a differenza dei suini, era molto utile anche da viva in quanto fornitrice di latte e lana. Mi soffermerò anche qui sull’allevamento delle bestie e su come la loro carne venisse considerata dall’opinione comune. Interessante è anche osservare come il consumo di questo alimento veniva scandito da riti legati alle liturgie che andavano oltre l’economia e la sussistenza delle famiglie. Un altro aspetto che verrà preso in considerazione riguarderà gli alimenti derivati: l’incidenza del latte nella società descritta dal Sacchetti e il ruolo che ricopriva il formaggio sia come alimento in se stesso sia come merce di scambio per i mercati.
Per quanto riguarda gli animali da cortile, invece, essi costituivano una valida risorsa per il fabbisogno della famiglia contadina. Alcuni godevano di un’ottima reputazione tanto da essere serviti nelle occasioni di festa per il sapore e la consistenza delle loro carni. Vedremo, inoltre, che ad ogni festa religiosa sarà usanza cucinare un animale diverso. A tal proposito non si può trascurare il ruolo delle uova, cibo ricco, sano e nutriente che spesso, oltre ad essere consumato dai contadini (stabilirne la quantità è impossibile), costituiva per loro un ulteriore cespite di guadagno , dato che non disdegnavano venderle sui mercati cittadini.
Un’altra risorsa di rilievo era costituita dalla selvaggina che vagava indisturbata nelle foreste. Se per i contadini era un’ulteriore fonte integrativa alla loro dieta, per i giovani nobili la sua cattura rappresentava anche un motivo d’addestramento militare; attraverso la caccia, infatti, imparavano ad usare le armi.
In seguito tratterò le tecniche di cattura degli animali: cercherò di capire, tramite la testimonianza delle novelle, quale era la selvaggina più ambita e quali erano i luoghi teatro di caccia. Mi soffermerò anche sui sistemi utilizzati dai contadini per catturare gli animali mettendoli poi in relazione con quelli in uso dalle classi più agiate. Il raffronto è possibile dal momento che l’approccio all’attività venatoria era totalmente opposto.
Le novelle, inoltre, ci offrono particolari utili per farci un’opinione su quali erano gli animali maggiormente ricercati e quali più temuti.
Se la caccia costituiva una risorsa significativa, la pesca non era da meno: la facilità con cui veniva catturato questo prodotto e la bontà di alcune specie ne facevano un cibo particolarmente apprezzato. Di conseguenza mi è parso opportuno soffermarmi sulla sua larga reperibilità e sulla sua compravendita: in effetti, una derrata a disposizione di tutti, sia nelle acque dolci dell’interno che nel mare, non poteva non essere venduta in grande quantità sui banchi del mercato e nelle pescherie. Ma il pesce era anche alimento dalle connotazioni fortemente religiose; l’astinenza dalla carne nel periodo di Quaresima ne faceva la vivanda più ricercata. In merito a questo tema, il Trecentonovelle ci fornisce una testimonianza su come venivano recepiti dalla popolazione tali precetti. Le novelle sono di grande utilità anche per determinare quali erano le specie, reputate all’epoca, più succulente e quali i metodi più utilizzati per catturarle.
Gli uomini non si cibavano solo di animali. Esistevano prodotti meno gustosi, che fornivano comunque un apporto quotidiano soprattutto sulle mense dei contadini, ossia i prodotti dell’orto. Le novelle prese in esame ci danno indicazioni sulla loro dislocazione, su quali ortaggi venivano coltivati e quali adoperati per fare salse o preparare minestre. In alcuni casi l’uso così diffuso ci induce a considerare aspetti che vanno al di là del semplice consumo, come ad esempio la buona conservazione nel tempo, le proprietà curative o i significati simbolici. Le novelle ci mostrano anche i più ricchi intenti a consumare pasti frugali mettendo in discussione il luogo comune che erano ritenuti alimenti riservati ai poveri. La differenza sostanziale era che per loro costituiva una variante, mentre per i più poveri rappresentava la sussistenza quotidiana.
Noteremo, poi, che con l'impulso del mercato il consumo degli ortaggi non fu più limitato agli stessi produttori: la commercializzazione di tali prodotti divenne dinamica, sia nei mercati più distanti (quando gli ortaggi non erano troppo facilmente deteriorabili) sia, e soprattutto, negli scambi fra le campagne e i vicini centri urbani.
Interessanti sono anche le indicazioni che riguardano gli strumenti di manutenzione dei vegetali, soprattutto perché ci confermano una relativa contiguità tra i seminativi dei campi e quelli dell’orto.
Per quanto riguarda il ruolo della frutta, le notizie sono poche ma permettono di capire che essa veniva apprezzata da persone di tutti gli strati sociali. Indiscutibilmente per i più poveri, il consumo di frutta aveva comunque una valenza marginale; essi ne usufruivano solo se piantavano qualche albero da frutto nel proprio orto, mentre i nobili ne facevano ampio uso soprattutto nelle occasioni di festa. In definitiva, la frutta ricopriva ancora il ruolo di prodotto di nicchia poiché solo i fini palati dell'aristocrazia potevano gustarla con regolarità.
Se la frutta era considerata cibo da ricchi, ciò non si può dire per la castagna che, soprattutto per gli abitanti delle zone di montagna, contribuiva a fornire un significativo apporto calorico ai loro pasti. In merito, vedremo con quali sistemi le castagne venivano conservate e con quali modalità venivano consumate.
Dalla lettura delle novelle, poi, emerge il ruolo fondamentale del vino, una risorsa di grande peso per il suo valore nutrizionale, officinale e liturgico, senza dimenticare la sua diffusione “trasversale” nella società e la sua notevole importanza nel favorire la convivialità.
Cercheremo di capire su quali standard si allineava la qualità della bevanda, con quali criteri veniva conservata e consumata, e gli eventuali risvolti economici che ne scaturivano.
Mi occuperò poi delle figure di mestiere, figure che avevano il compito di trasformare i cibi o di venderli. Osservare i lavori che venivano svolti sugli alimenti è stata un’ottima occasione per comprendere meglio i meccanismi alimentari della società dell’epoca.
La più antica figura in questo campo era quella dell’oste: il Sacchetti ne descrive le mansioni, le tipologie di cibo che offriva agli avventori senza tralasciare anche particolari sulla sua indole, utili per capire anche chi frequentava le taverne.
Successivamente mi soffermerò sul mestiere del fornaio, una delle figure più interessanti; egli aveva un ruolo decisamente importante perché cucinava l’impasto preparato dalle donne a casa, oltre a confezionare alcune pagnotte per i viaggiatori o per chi non poteva provvedere da solo. Se pensiamo che egli manteneva la giusta temperatura durante la cottura senza avere a disposizione né orologio né termometro, ci rendiamo conto di quanto fosse delicata la sua attività. Il Sacchetti, descrivendolo oberato di lavoro, gli conferisce la giusta importanza all’interno del centro urbano. Osservando il fornaio, poi, si potevano capire molte cose: ad esempio le abitudini alimentari della gente, osservare quali cibi venivano commissionati (perché nei forni non veniva cucinato solo il pane, ma anche la carne e il pesce), perfino la situazione economica di un paese.
Se il fornaio aveva il compito di cucinare il pane, il mugnaio, invece, era colui che era abilissimo nel far funzionare la complicata macchina del mulino. Ma il Sacchetti più che elogiare o fornirci particolari tecnici su questo mestiere, si sofferma sull’abilità truffaldina dei mugnai, che erano percepiti disonesti, pigri e superficiali. La loro cattiva reputazione ebbe un peso determinante contro artigiani indispensabili, ma un po’ marginali.
Un ruolo di primo piano aveva il macellaio, che vendeva tutti quegli animali nominati in precedenza e soggetti all’allevamento. La lettura delle novelle ci permette di capire quali tipi di carne e soprattutto in quali periodi dell’anno andavano per la maggiore. Degni di nota sono i particolari relativi ai luoghi che venivano adibiti a mercato e allo scarico degli scarti animali. Notevoli sono anche le informazioni che riguardano l’attività dei beccai: vengono descritte le procedure relative alla macellazione delle bestie (soprattutto il maiale), ma emergono anche dettagli su un lavoro che talvolta veniva esercitato a domicilio. Compaiono, inoltre, una serie di luoghi nei quali si commerciava la carne: chioschi, botteghe, taverne e anche sui banchi della frutta, ognuno con caratteristiche differenti .
Di rilievo è anche il ruolo del vignaiolo: le novelle ci forniscono indicazioni sulle opinioni dell’epoca in merito alla vite da trapiantare e sulla qualità del prodotto ottenuto. Affiorano particolari anche sui luoghi adibiti all’innesto e alle tecniche di manutenzione della pianta. Il Sacchetti sottolinea, poi, le diverse scelte dei nobili che, per motivi di prestigio, cercavano vitigni di valore al di fuori della regione d’appartenenza.
Infine l’analisi si sposta sulla tecniche di cottura dei cibi, sugli ingredienti utilizzati, sulle ricette e sui condimenti. Spicca anche l’importanza attribuita all’estetica della cucina, dove il piacere della sorpresa e dei colori erano tenuti in grande considerazione. Si apprende, per di più, come si cucinavano le varie pietanze, con quali cibi venivano abbinate o guarnite e come le valutavano i personaggi.
Ho esteso la mia attenzione anche sugli strumenti della cucina. Mi sono occupato del focolare/camino, cercando di capire dove fosse sistemato, con quali materiali fosse costruito e se fossero utilizzati degli attrezzi per governare il fuoco. Poi ho esaminato le pentole, le grattugie, i recipienti e tutti gli utensili nominati: questo lavoro si è rivelato utile perché mi ha fornito ulteriori parametri di valutazione riguardo alle vivande preparate. L’uso di certi alimenti mi ha, invece, suggerito l’impiego di determinati oggetti che mancavano all’interno delle novelle.
Infine la mia attenzione si è focalizzata su quali suppellettili venivano adoperate durante il pasto; interessante è stato apprendere come sedie, tavoli e il vasellame da cucina, non solo denotavano una gerarchia nella società, ma anche all’interno della famiglia.
La lettura del Trecentonovelle ci offre preziose informazioni sulla cucina medievale, fondendo nozioni provenienti dalla vita e dall’esperienza quotidiana, dalla cultura medica o dall’ambito religioso, ed evidenzia le caratteristiche del genere stesso e il metodo di lavoro del Sacchetti, che ha abilmente amalgamato contributi provenienti da sfere culturali diverse e ricostruito con buona dovizia di particolari l’affascinante e ricco mondo gastronomico del basso Medioevo.
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Franco Sacchetti

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Franco Sacchetti nacque a Ragusa di Dalmazia fra il 1332 e il 1334. Figlio di un mercante fiorentino, esercitò fin da giovane la mercatura costituendo una società insieme ad Antonio Sacchetti e Antonio Corradi durata fino al 1254.
Sacchetti era un uomo pratico, formatosi, più che a scuola, a contatto con ambienti diversi. Visse in un periodo in cui la grande fioritura letteraria in volgare stava per finire per l’assenza di grandi capolavori: tutto il secolo che va dalla morte del Boccaccio (1375) alle Stanze di Poliziano (1475) venne definito parafrasando la formula del Croce “secolo senza poesia” .
I limiti della sua educazione culturale gli impedirono di vedere che quella crisi era dovuta al sorgere dell'Umanesimo e della società ad esso legata. Tutta la sua produzione poetica tende a ripercorrere modelli letterari precedenti.
Negli anni fra il ’52 e il ’54 compose la sua prima opera letteraria, La battaglia delle donne di Firenze con le vecchie, poemetto in ottave che rielabora in quattro cantari motivi boccacceschi. E proprio nel ’54 sposò Felice Strozzi, dalla quale ebbe numerosi figli .
Cominciò a comporre nel ’63 cacce, madrigali e ballate che poi raccolse nel suo Il Libro delle rime, aggiungendovi quei componimenti di ispirazione morale o civile che scrisse nell’età matura e nella vecchiaia . L’opera è ordinata secondo una successione rigidamente cronologica: sono trattate in maniera convenzionale la tematica moralistica, quella amorosa, la produzione per musica, mentre significative sono alcune sperimentazioni comiche che a volte anticipano felicemente il nonsense burchiellesco .
Rimasto a Firenze nel 1363, dopo aver viaggiato in Italia e all’estero per le sue attività commerciali, ebbe incarichi politici da parte del Comune fiorentino e di altre comunità fuori di Firenze: fu anche ambasciatore a Bologna (1376), presso Bernabò Visconti (1382), membro degli Otto di balìa (1383), priore (1384), podestà di Bibbiena (1385), di Portico di Romagna (1398-99) e di San Miniato (dove probabilmente scrisse la sua opera più celebre e morì nel 1400 forse di peste) .
Con i 49 capitoli delle Esposizioni dei Vangeli (Sposizioni dei Vangeli, 1378-1381), scritto in un periodo di lutti familiari e di gravi incertezze politiche (la morte della moglie nel ’77 e il tumulto dei Ciompi nel ’78), il Sacchetti si aprì alla prosa, a una nuova forma espressiva che raggiunse gli esiti più alti con il Trecentonovelle . L'opera, che viene conservata nel manoscritto del codice Magliabechiano VI, 112 (fino alla novella CXXXIX) nella Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze e nel codice Laurenziano XLII, 12 (dalla novella CXL in poi), piuttosto danneggiata, venne data alle stampe da A. M. Biscioni a cura di G. Bottari nel 1724 . La raccolta, che quasi certamente fu progettata dal Sacchetti durante il suo incarico di priore nel 1385 a Bibbiena, è stata scritta agli inizi del 1392 durante il podestariato di San Miniato per essere sviluppata in diversi momenti tra il 1393 e la sua morte. Essa contiene, così come è stata serbata, duecentoventotto novelle, alcune delle quali incomplete .
L’opera esordisce con un proemio nel quale l'autore dichiara i suoi intenti: secondo il modello del Boccaccio, il Sacchetti raccoglie tutte le novelle dalle antiche alle moderne, oltre ad alcune in cui egli stesso fu protagonista . Il testo, che è costruito sul tipo dell'exemplum , si rifà al Decameron ma anche alla tradizione orale del popolo, ed è scritto in una lingua che risente di dialettismi, parole del gergo, modi della lingua parlata e con notevoli libertà di carattere sintattico .
Si ricava pertanto dall'opera la predisposizione all'autobiografia e un marcato senso moralistico, che viene spiegato dall'autore stesso quando dichiara di voler prendere a modello Dante “che quando avea a trattare di virtù e lode altrui, parlava egli, e quando avea a dire e' vizi e biasimare altrui, lo facea dire agli spiriti” .
Vi è da dire, che per quanto il Sacchetti riprenda più o meno apertamente i motivi boccacceschi, il suo stile si stacca notevolmente dall'arte del narrare tipico di quest'ultimo, fino a dar vita ad un’opera per molti versi completamente differente dal Decameron. Le novelle infatti non sono incluse in una “cornice narrativa”, ma si dipanano liberamente senza seguire alcun progetto unitario di contenuto . Sacchetti si rifà piuttosto alla tradizione duecentesca della raccolta disorganica di tipo arcaico, mostrando uno spiccato gusto per la narrazione aneddotica, comica e realistica. Le novelle, quasi tutte di ambientazione fiorentina, trattano del potere del signore o del comune, del tema della burla, e raccontano le avventure di giullari di professione o di burlatori d'occasione. Proprio in questo contesto assume particolare rilievo il genere comico della beffa, che rimarrà vitale nella cultura popolare fiorentina anche per tutto il secolo successivo . Alcune novelle sono dedicate ad illustri personaggi dell'epoca, come Bernabò Visconti, Guglielmo di Castelbarco, Martino della Scala, Ludovico Gonzaga e un intero ciclo al giullare Dolcibene . Quasi tutte le novelle riportano in conclusione la cosiddetta moralisatio, dove l'autore rimprovera l'avarizia e l'ipocrisia, condanna il clero, i magistrati corrotti e le donne tronfie per mettere in risalto l'onestà, l'intelligenza e l'umorismo . L’autore nei confronti delle donne nutre una vera e propria diffidenza (le presenta sempre in cattiva luce: la donna per il Sacchetti vale solo se ha utili funzioni economiche e familiari) .
La grande innovazione del Sacchetti consiste nel proporsi come narratore delle proprie novelle, assottigliando la distanza fino allora esistente tra narratore e destinatario. Egli pertanto conduce il racconto in un contesto più ristretto di vita municipale, narrando le storie di personaggi e casi curiosi, di piccole vicende di vita quotidiana, del minuto mondo cittadino. Cosicché, assente qualsiasi disegno complessivo d'insieme, ogni novella ha il sapore del fatto accaduto ed è l'occasione per dedurre dalla realtà non solo un insegnamento morale, ma anche particolari peculiari sulle abitudini alimentari dei personaggi. Pertanto utilizzerò l’opera come fonte per la storia dell’alimentazione nel basso Medioevo prendendo come riferimento il seguente testo: F. Sacchetti, Il Trecentonovelle, a cura di E. Faccioli, Torino, Einaudi, 1970.
Per la stesura dell’elaborato, ho utilizzato come punto di riferimento il testo di V. Mouchet, Il cibo nelle novelle medievali tra realtà, simbolo e narrazione, in “La sapida eloquenza. Retorica del cibo e cibo retorico”, a cura di C. Spila, Bulzoni, Roma 2004, p. 89-112.
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1.1 Gli animali come risorsa domestica

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L’aspetto che più colpisce, leggendo il Trecentonovelle, è la fitta presenza degli animali sulle tavole bassomedievali. In effetti maiali, capponi, starne, capretti, castroni senza dimenticare le molteplici varietà di pesce, alimento consumato dal clero e prediletto dalla comunità nei periodi di magro, venivano consumati sia dai ceti benestanti sia dai poveri. Ovviamente l’incidenza di questo regime alimentare, all’insegna della carne, pendeva tutto a favore dei primi, che rispetto ai più indigenti potevano spendere somme considerevoli per accaparrarsi i cibi più succulenti. La dieta dei contadini, improntata sul consumo dei cereali (caratteristica che nell’opera del Sacchetti fatica ad emergere), veniva incrementata e migliorata grazie all’allevamento dei volatili da cortile e, soprattutto, di qualche suino riservato alla mensa familiare. Questa opportunità garantiva all’uomo medievale non solo una sicura risorsa di cibo ma anche l’utilizzo di alimenti derivati, riserva preziosa soprattutto per il sostentamento dei ceti meno fortunati. Bisogna anche mettere in conto che probabilmente sarebbe stato più semplice uccidere un animale addomesticato che uno selvatico.
Sono molteplici le novelle del Sacchetti (LXX, CII, CX) che narrano le logoranti manovre, non sempre giunte a buon fine, per acciuffare, ammazzare e conciare i porci. Nella novella LXX, Torello vuole uccidere uno dei maiali ricevuti in dono ma, a causa della scarsa dimestichezza, riesce solo a ferirlo. I grugniti dell’animale spaurito attirano l’altro porco che si precipita in suo aiuto, creando così una violenta colluttazione con il contadino:

Torello recatosi in concio che era gottoso e debole, si mette il grembiule, e chinasi e fa chinare gli altri a pigliare il detto porco per le gambe, e fannolo cadere in terra: come gli è in terra, Torello che avea attaccato il coltellino alla coreggia, se lo reca in mano, e volendo fedire il porco per ucciderlo, e standoli col ginocchio addosso e senza brache, e 'l figliuolo essendo andato per un catino per la dolcia, appena era il ferro entrato nella carne un'oncia, che 'l porco cominciò a gridare; l'altro che era sotto una scala, sentendo gridare il compagno, corre e dà tra' calonaci di Torello. Come il ferito sente il compagno venuto alla riscossa, furiosamente dà un guizzo sì fatto che caccia Torello in terra.

In appendice alla novella, Sacchetti descrive quanto è successo ad un altro giovane, il quale viene ferito da un maiale che egli tenta a sua volta di uccidere; è interessante evidenziare come la furia dell’animale [...]
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1.2 Il maiale

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Molte novelle del Sacchetti hanno come protagonista il maiale, senza dubbio il cibo per eccellenza dell’epoca medievale. La carne di suino è la pietanza che appare più di tutte sulle tavole sia dei signori che dei ceti meno abbienti. Fin dall’età romana l’allevamento dei maiali ha rivestito un ruolo fondamentale per il fabbisogno alimentare dei popoli; la Valle Padana, famosa per la produzione di ghiande, consentiva l’allevamento su larga scala dei suini, destinati sia al consumo locale sia al rifornimento della capitale e degli eserciti. Per l’alto Medioevo il maiale rappresentò l’alimento base della dieta carnea e i documenti privati rivelano un numero di persone addette all’allevamento dei maiali di solito superiore a quello degli altri pastori. Nei secoli successivi, invece, l’alimentazione fu più varia, ma gli animali di piccola taglia, tra i quali il maiale, non mancarono mai nei possedimenti delle famiglie .
La novella LXX ci mostra un padre e un figlio, coadiuvati da un servo, che si occupano dell’uccisione di alcuni maiali. In questo caso, il capofamiglia opta per questa soluzione semplicemente per risparmiare denaro; la vicenda è ambientata nel periodo in cui della macellazione dei suini si occupano i beccai o i tavernieri. Ciò dimostra che anche nel basso Medioevo c’era chi continuava ad allevare e a uccidere i maiali per conto suo senza ricorrere a figure del mestiere.
La cosa non stupisce affatto dato che ancora oggi, soprattutto nel sud Italia, questo rito non è stato cancellato né dal mutare dei tempi né dal progresso che avanza inesorabile. Molte famiglie contadine continuano a crescere e ad uccidere il maiale, ed il giorno della “mattanza” è un giorno di festa.
Ma anche chi lo faceva per professione aveva bisogno di collaboratori; la novella CII, infatti, descrive un tavernaio alle prese con un problema non da poco: dopo aver ucciso e scottato un maiale, non riesce ad appenderlo alla caviglia. Alla fine riuscirà a sollevare la bestia solo con l’aiuto dei contadini che lavorano nelle terre confinanti.
Un altro particolare degno di nota lo si apprende nella novella CXLVI: un gentiluomo povero decide, con l’aiuto di un compagno, di rubare un maiale per poi ucciderlo insieme ad uno di sua proprietà. I due maiali sarebbero poi stati consegnati ad un taverniere con il quale egli aveva un debito da saldare. Il racconto ci fornisce alcuni elementi interessanti: c’è una sostanziale differenza di peso tra i due maiali, quello rubato pesa il doppio di quello dell’uomo: “Era forse libbre centocinquanta: l'imbolato era trecento.”. La netta oscillazione del peso degli animali era probabilmente dovuta alle qualità di vita delle bestie che ovviamente risentivano delle condizioni economiche dei loro padroni; infatti il maiale del contadino povero si presenta molto magro. Dal racconto non è dato sapere chi fosse il proprietario del suino “in carne”, ma probabilmente doveva essere di condizione benestante. La novella CCXIV, che ha una trama pressoché analoga, rafforza l’ipotesi: in quel caso il robusto maiale trafugato appartiene ad un notaio.
Ritornando alla novella precedente, il contadino per risparmiare i denari della gabella decide di nascondere lo scarno suino in quello più robusto:

“- Sa' tu quello ch'io ho pensato? che io voglio che noi spariamo bene quel porco grande, e mettervi dentro quel piccolo, e poi l'affascineremo con questo alloro, e non fia niuno che possa immaginare che sia altro che uno.”

Successivamente i gabellieri scopriranno la truffa e lo sventurato [...]
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1.3 Pecore e capre

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Rispetto al maiale, gli ovini non venivano allevati principalmente per la carne. La maggior parte di essi venivano uccisi nel terzo o quarto anno di vita a conferma del fatto che fossero più utili come animali vivi. Esaminando poi i dati del polittico di Santa Giulia di Brescia si nota che l’allevamento delle pecore, tra il IX e il X secolo, non era uniformemente e capillarmente diffuso come quello dei maiali; tuttavia, nei secoli a venire l’Europa scoprì che, fra tutti gli animali domestici, la pecora era quello più produttivo. Essa forniva il latte, la carne e la lana che serviva a confezionare gli indumenti, in un periodo storico in cui ciascuno cercava di provvedere direttamente ai suoi bisogni primari. Non erano da trascurare, inoltre, le pelli che potevano essere vendute ai produttori di pergamena, i quali si trovarono d’improvviso al centro di un commercio molto attivo di materiali per manoscritti, e il sego che serviva per fabbricare le candele.
In merito all’allevamento degli ovini non ci sono elementi indicativi all’interno delle novelle, il Sacchetti si sofferma sulla carne già macellata e sul relativo impiego gastronomico. Nella già citata novella CLX troviamo in vendita sui deschi del mercato fiorentino una considerevole quantità di castroni:

“Il quale uno dì di sabato santo, quando la beccheria era più fornita di carne, e' cittadini in moltitudine a comperarne, essendo venuto a un desco molto ben fornito di castroni,[...]”

Considerando il frenetico commercio di questo tipo di carne, soprattutto nel periodo antecedente alla Pasqua, è doveroso dire che su questo alimento venivano fatti dei veri e propri investimenti: meno irritabile della mucca, e più agile in pascoli scoscesi, la pecora bruca l’erba più a fondo ed è, fra l’altro, più feconda; questi aspetti non sfuggirono agli investitori su piccola scala che valutarono la possibilità dell’allevamento di pecore e le trovarono vantaggiose. Furono molti i cittadini, ma anche i contadini, che adoperarono i loro guadagni o i loro risparmi per acquistare importanti quantità di animali: alcune volte l’allevatore riceveva un gregge che doveva restituire al suo finanziatore in due o tre anni, tenendo per sé la metà degli agnelli nati nel frattempo, altre il padrone indebitato cedeva la proprietà con contratti di vario tipo, pascolo, soccida, allevamento ecc. Il pastore, o l’antico proprietario, assicurava il mantenimento delle bestie e divideva con l’altra parte le spese e i profitti, che non dovevano essere affatto scarsi se nel Trecento a Firenze si consumavano circa 60 mila ovini tra montoni e pecore [...]
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1.4 Il piccolo allevamento domestico

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Notevole importanza doveva avere il piccolo allevamento domestico. Polli, galline e capponi, con ogni probabilità, zampettavano sia nei cortili di ogni famiglia contadina che sui terreni signorili; la loro presenza significava avere a disposizione carne in primo luogo, e poi uova, senz’altro in gran numero. È impossibile, naturalmente, esprimere in cifre l’incidenza dei polli e delle uova nel regime alimentare. Può aiutarci il fatto che fra i rifiuti di cucina gli scavi archeologici hanno rinvenuto grandi quantità di ossa di gallina, che fanno presumere ad un consumo piuttosto elevato. Senza trascurare la posizione di privilegio di cui i polli talora godevano, rispetto agli altri tipi di carne, nelle consuetudini alimentari monastiche. La carne squisita e sostanziosa del cappone, lo rendeva tra le pietanze predilette dell’epoca: era costume servirlo sulla tavola per celebrare un evento speciale. Nella novella CXXIII è proprio un evento felice che fa da cardine alla vicenda ambientata nel castello di Pietrasanta a Lucca. Il contadino Vitale, per festeggiare il figlio studente che torna da Bologna, fa preparare un pranzo (al quale è invitato anche il prete) a base di cappone arrosto. Restia all’iniziativa è la matrigna del giovane che non perde mai l’occasione di inveire contro il marito. La donna vede diminuire i soldi di famiglia giorno dopo giorno perché vengono spesi per far studiare il figliastro:

“[...] io mi credo che tu se' ingannato, e che costui, a cui tu mandi ciò che puoi fare e dire, sia un corpo morto, e consumiti per lui. E in questa maniera la donna s'avea sí recato in costume di dire questo corpo morto che come il marito mandava o denari o altro, cosí costei era alle mani, dicendo al marito:
- Manda, manda, consumati bene, per dar ciò che tu hai a questo tuo corpo morto.”

Quelle parole giungono agli orecchi del ragazzo durante il soggiorno a Bologna e, quando gli viene chiesto di dividere un cappone “per grammatica”, egli fraziona l’animale in modo da averne la parte centrale, quella più consistente, e distribuisce le parti più scarse del cappone agli altri membri della famiglia sulla base di giustificazioni serie solo in apparenza:

“Recasi il cappone innanzi, e piglia il coltello, e tagliandogli la cresta, la pone su uno tagliere e dàlla al prete, dicendo:
- Voi siete nostro padre spirituale e portate la cherica; e però vi do la cherica del cappone, cioè la cresta.
Poi tagliò il capo, e per simile forma lo diede al padre, dicendo:
- E voi siete il capo della famiglia, e però vi do il capo.
Poi tagliò le gambe co' piedi, e diedele alla matrigna, dicendo:
- A voi s'appartiene andar faccendo la masserizia della casa, e andare e giú e su, e questo non si può far senza le gambe; e però ve le do per vostra parte.
E poi tagliò li sommoli dell'alie, e puoseli su uno tagliere alle sue sirocchie, e disse:
- Costoro hanno tosto a uscire di casa, e volare fuori; e però conviene abbiano l'alie, e cosí le do loro. Io sono un corpo morto: essendo cosí, e cosí confesso, per mia parte mi torrò questo corpo morto -; e comincia a tagliare, e mangia gagliardamente.”

La spartizione della carne doveva essere eseguita con metodo: le porzioni più consistenti andavano sempre al capo famiglia. In questo contesto sembra quasi di assistere ad una riproposizione, in chiave ovviamente parodistica, del rituale del sezionamento e della spartizione della carne. La vicenda svela che anche il metodo di tagliare la vivanda poteva essere determinante, soprattutto se si voleva godere delle parti [...]
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